'Ora puntiamo sull'export'

Caviro raccoglie la sfida dopo il boom del Tavernello. «Tra sei mesi una grossa sorpresa».

Il primo vigneto d'Italia è cooperativo. È grande 37.000 ettari, conta 13.000 soci in sette regioni dal Friuli alla Sicilia, a loro volta associati in 32 cantine sociali, a loro volta consorziate dentro Caviro. È la fabbrica del vino in brik più bevuto dagli italiani, il Tavernello. Un caso di scuola, un esempio di innovazione straordinaria che risale agli anni Sessanta del secolo scorso, quando il vino di poco prezzo circolava in bottiglioni e damigiane, ed era meglio non chiedersi cosa c'era dentro. Poi arrivò il colpo di genio dei cooperatori romagnoli di Corovin (poi inglobata da Caviro). L'enologo Giordano Zinzani e il direttore Alfeo Martini (il primo ancora in Caviro, il secondo poi fondò Mgm-Mondo del vino) si mettono in testa un'idea rivoluzionaria: mettere il vino nei cartoni tetrapak. Il successo è immediato.

Le uve dei soci vengono valorizzate, il Trebbiano di pianura trova un mercato, i consumatori vengono garantiti. Da li è una strada in discesa, con numeri da primato. Quasi 200 milioni di litri venduti, prima marca di vino italiano nel mondo, prima azienda italiana nella grande distribuzione (Gdo), oltre 7 milioni di famiglie affezionate consumatrici. Ai marchi base (Tavernello, Castellino, Botte Buona, Brumale, TerreForti) si sono aggiunti marchi premium (Romio, con bottiglie ‘decorate' sulle guide) e anche marchi superpremium. Sì perché, grazie all'umile Tavernello, Caviro si è comprata cantine blasonate: l'Amarone di Cesari, il Brunello della Cantina di Montalcino, il Chianti delle cantine Leonardo da Vinci.

- E adesso?

«Adesso continuiamo il nostro mestiere, facciamo innovazione verso nuove sfide», spiega il neodirettore generale SimonPietro Felice, da 4 mesi alla guida del colosso faentino. Romagnolo di Cesena, 48 anni, ha rimesso piede in Romagna dopo 31 anni e varie esperienze di livello prima alla guida di Giordano Vini (vendite per corrispondenza) e poi di Casa Vinicola Botter, una cantina veneta che fa il 100% di export.

- La prima sfida?

«Si chiama export. Siamo il primo vigneto d'Italia, quindi vogliamo essere anche tra i primi player all'estero».

- Oggi il vostro export?

«Vale il 25% del fatturato, 73 milioni di euro su un totale di 310. Bisogna fare di più. Siamo il primo player sul mercato nazionale ma non basta».

- Quindi?

«Vogliamo costruire vini nuovi, progetti nuovi per andare incontro alle esigenze dei clienti esteri. Già oggi, lo ricordo, operiamo in 50 Paesi».

- Vini nuovi... Qualche esempio?

«Partiamo ovviamente dalle uve conferite dai nostri soci. Le abbiamo tutte: sangiovese, trebbiano, montepulciano, lambrusco. Non ci manca nulla. Abbiamo fatto un Sangiovese con uve passite 3 mesi nei fruttai, stile Amarone. È stato un successo all'estero, ordini raddoppiati».

- Altro esempio?

«Abbiamo rilanciato un vitigno bianco abbandonato: il Famoso, un aromatico secco tipico delle valli forlivesi. E piaciuto tantissimo agli importatori americani e canadesi e lo abbiamo messo in produzione».

- Mercato Italia: i consumi Ianguono. Bisogna reagire...

«È quasi un obbligo morale per noi che abbiamo come missione quella di valorizzare i prodotti e il lavoro dei nostri soci. Il calo dei consumi impoverisce la nostra economia, snatura la nostra cultura e le nostre tradizioni. Purtroppo in questi anni abbiamo giocato al massacro col vino, lo abbiamo demonizzato per motivi dietetici, salutistici, di sicurezza stradale».

- Invece?

«Il vino fa parte della nostra quotidianità, del nostro stile di vita. Bisogna reagire».

- Come?

«Caviro sta lavorando a un progetto che sarà pronto tra 6 mesi per riportare il vino sulla tavola quotidiana degli italiani».

- L'evoluzione del Tavernello?

«No, all'atto. Sarà una rottura rispetto al passato, un prodotto nuovo in un formato nuovo».

 

Articolo pubblicato su Il Resto del Carlino il 15/11/2017 (vedi documento allegato)


File/Articoli/Carlino 15.11Caviro.pdf
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