Dietro una referenza da 500 grammi emerge un lavoro comune tra due protagonisti della cerasicoltura italiana
Il reparto ortofrutta dei supermercati è una fonte inesauribile di notizie per chi, come noi, osserva e analizza i trend del comparto. Così, durante una rilevazione in un punto vendita della Romagna, ci siamo imbattuti in una confezione di ciliegie apparentemente ordinaria: cestino in PET con coperchio, 500 grammi di prodotto, calibro 24/26. Sull’etichetta, ben visibile, il logo Melinda.
Fin qui nulla di particolare. Guardando meglio, però, emerge il dettaglio interessante: il prodotto è coltivato in Trentino e viene confezionato per il Consorzio Melinda nello stabilimento di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, e spedito da APOT. A quell’indirizzo si trova lo stabilimento Agrintesa dedicato alla lavorazione delle ciliegie. Ed è qui che la confezione smette di essere solo una referenza a scaffale e diventa una notizia di filiera.
Facendo uno più uno, la lettura è abbastanza chiara: tra due big della cooperazione è in atto una collaborazione per gestire al meglio uno dei prodotti più remunerativi, ma anche più complicati, dell’ortofrutta italiana. Dai diretti interessati, arriva una conferma della “fattiva e utilissima partnership”. Comunque, guardando ai fondamentali delle due realtà, una frequentazione era tutt’altro che improbabile.
Parliamo, infatti, di due tra i principali player della cerasicoltura italiana, leader al Nord, con volumi nell’ordine delle 3mila tonnellate a testa, in larga parte da impianti protetti. A questo si aggiunge il fatto che Melinda, da quest’anno, ha in gestione anche la produzione di VIP, pari a oltre 400 tonnellate. Da un lato Agrintesa ha tutto l’interesse ad allungare il più possibile la stagione di lavorazione nel proprio stabilimento specializzato; dall’altro Melinda può attingere al know how pluridecennale della cooperativa emiliano-romagnola su un prodotto famoso per generare grattacapi quotidiani.
Al di là dei dettagli operativi della partnership, l’aspetto più interessante è un altro: due grandi cooperative, con fatturati importanti e territori produttivi apparentemente distanti, trovano un terreno comune su cui lavorare insieme. Evidentemente il Dna cooperativo, che trova anche rappresentanza comune in Confcooperative, aiuta. Quando i valori di partenza sono simili, collaborare è più facile. A maggior ragione se quei valori hanno nella cooperazione non una parola da statuto, ma un metodo concreto per affrontare mercati sempre più selettivi.
In un settore che troppo spesso resta arroccato a difendere il proprio orticello, una collaborazione di questo tipo manda un segnale da non sottovalutare. Quando l’aggregazione non nasce dall’emergenza ma da una convenienza reciproca, smette di essere uno slogan e diventa strategia. (fp)

Fonte: Italia Fruit News
17 luglio 2026



